Ma questa curvy revolution ci fa davvero bene?

l'immagine con modelle plus size americane recentemente usata da Vaniry Fair per parlare di rivoluzione curvy, in origine la foto è di un editoriale di una rivista americana che si chiede se la discriminazione dell'aspetto fisico e del peso sia presente nella nostra vita di tutti i giorni. Vanity Fair ha, in effetti, dimostrato che è così.
http://italiancurves.blogspot.com/2014/11/curvy-revoluztion-italy.html


Probabilmente si pensa che chi dell'accettazione dell'immagine ha fatto una bandiera non aspetti altro che la cosiddetta 'curvy revolution', in realtà oggi voglio spiegarvi perché il discorso non è così semplice e lineare.

Innanzitutto vorrei fare presente che tutto il movimento 'curvy' o -essendo più specifici- della 'body positivity' e della 'size acceptance' non nasce in un ambiente modaiolo, ma in un contesto più sovversivo e femminista, in cui le attiviste (che tali si definiscono) straniere rivendicano il proprio diritto ad accettarsi come sono, al di là di canoni sessisiti ed estetici contro il fat e body shaming. Il boom dei blog di moda di nicchia è avvenuto in seguito su questa scia, in modo più soft e più popolare, e ha letteralmente invaso la rete con una ventata di novità rispetto al sistema moda sempre uguale a se stesso, tanto da essere considerato da molti il vero fenomeno nuovo nel contesto del fashion blogging.

Questo, ovviamente, soprattutto negli Stati Uniti e poi nel Regno Unito, dove le aziende dell'abbigliamento sono state contente di aprirsi realmente a nuove richieste e allargare il proprio mercato anche grazie a questa rinnovata autoaffermazione delle donne curvy/grasse/plus szie/abbondanti/formose/in carne (come volete chiamarle) di varie taglie e conformazioni. In questi paesi le blogger del settore sono spesso impegnate in discorsi di accettazione articolati e concreti e le aziende sono molto attente alle loro esigenze perché comprendono che queste donne hanno potere di acquisto, sanno cosa vogliono e non è la solita minestra.

Dopo qualche tempo, timidamente, grazie sopratutto all'ispirazione di molte blogger straniere, è arrivato anche qualche blog italiano e le aziende italiane si sono accorte di questa nuova piccola apertura.

Cosa è successo nel nostro paese in questo contesto? Facciamoci un paio di domande... a cosa dovrebbe servire la curvy revolution, per chi e come è nata e perché? 

Innanzitutto lo scopo è quello di liberare le donne dalla dipendenza dal giudizio estetico altrui, specie quello maschile e non solo, dalla schiavitù della dieta selvaggia costante e dalla psicosi di cellulite, pancia, ciccia e compagnia bella, ma soprattutto di compiacere e piacere a tutti i costi, in partenza già impossibile perché non si può piacere a tutti. Il fine è di ritrovare una dimensione propria in cui godersi la vita in quel momento come si è, con i propri mezzi e, volendo, ritrovare un nuovo modo di prendersi cura di sé seguendo i propri ritmi e il proprio corpo per quello che è. Ovviamente nella moda questo porta al concetto di ritrovare il proprio stile senza l'ansia di cosa penseranno gli altri e di sedurre a tutti i costi.

Tra gli effetti di questo processo c'è sicuramente quello di avere maggiore attenzione da parte delle aziende del settore. Questo significa essere valorizzate dalla moda per quello che si è, senza ricorrere a modelli ispirazionali troppo irraggiungibili o diversi da sé, e avere una maggiore scelta e offerta anche nelle taglie grandi come diritto riconosciuto. Spesso anche la stampa si accorge di questo fenomeno e ne attesta l'esistenza dando spazio più ampio a una differenziazione di tipologie fisiche, ecc.

In questi ultimi anni, osservando la scena italiana non ho visto niente di tutto questo purtroppo, il mercato per noi si è sì espanso, ma solo online di riflesso dall'estero, o in un ristretto range di taglie. La stampa continua a proporre come esteticamente auspicabile solo il modello della donna molto snella, ma talvolta -sempre di riflesso dall'estero o in seguito a campagne pubblicitarie promosse da aziende del settore- pubblica articoli in cui si sbandiera questa nuova ondata di 'orgoglio grasso', che viene dipinta come una guerra aperta delle donne in carne verso quelle magre e spesso rappresentata da corpi nudi e sensuali, scatenando polemiche e flaming covo di body shaming da parte di chiunque nei confronti delle donne che osano accettarsi con i chili in più. Insomma, attacchi indotti veri e propri camuffati da elogio.

Ebbene sì, questa contraddizione della stampa ufficiale, che un giorno osanna un solo tipo fisico di donna per poi dare il contentino al suo opposto, è volutamente provocatoria. Se si vuole proporre un discorso articolato e serio sull'accettazione alla stampa italiana il più delle volte non interessa, alla nostra stampa piace destare scalpore, fastidio, o polemica sterile, perché portano a discussioni, ma non al cambiamento.

Mi viene in mente tra i tanti in ordine di tempo un recente articolo apparso su Vanity Fair con la foto di un gruppo di modelle americane plus size effettive senza veli, che ha scatenato più sdegno e cattiverie piuttosto che l'accettazione delle differenze vagamente auspicata dalla rivista. Metterci una plus size ben vestita e non eccessivamente ritoccata, con degli argomenti ben articolari e sensati sarebbe stato considerato troppo equilibrato e probabilmente accettabile. No, meglio mostrare che le 'ciccione' non vogliono più fare la dieta e vogliono sbattere davanti a tutti le loro carni nude per imporre come canone assoluto la loro abbondanza malsana così da destare scalpore e fastidio. 

Parole come curvy e plus size da noi sono diventate etichette vuote per indicare una donna fantomatica e appetibile per la pubblicità e i nuovi mercati dell'illusione. Tutte le altre sono anoressiche o obese e vanno denigrate come tali e scansate come 'poco salutari'. Così la donna di taglia media si vede costretta a sentirsi 'grassa ma valorizzata dal sistema e quindi orgogliosa'. Nessuno ha il coraggio di creare una reale offerta nuova sul mercato, ma più spesso solo usare le etichette per illudere donne rese insicure dal sistema, proprio come succedeva ieri, quindi niente di nuovo.

Di tutto questo sono complici quelle operazioni che per far sentire valorizzate le donne oltre una certa taglia usano e diffondono immagini di modelle plus size straniere discinte e bene oliate, con corpi ad anfora (avete notato che sono tutti simili tra loro anche questi?) giunonici e sensuali, lunghe ciglia finte, cellulite photoshoppata e airbrushata accompagnate da frasi tipo 'le ossa diamole ai cani', 'le vere donne hanno le curve', 'agli uomini piace la carne' 'le curve non sono rotoli di ciccia' 'curvy è bello, il resto è noia' e cose del genere, che sembrano più la pubblicità di un film vietato ai minori di serie B. Si vuole far rientrare in una etichetta o in una categoria qualunque donna per farle acquisire la sicurezza che non ha e si dimentica che plus size è l'indicazione di una taglia non presente nel mercato regolare, quindi descrive l'esigenza di un prodotto specializzato e basta, non è il sinonimo di 'sexy a tutti i costi perché se attrai sessualmente gli uomini non importa se sei grassa'.

Da noi le aziende spesso pensano che per vendere devono usare questo sistema altamente illusorio e infarcito di etichette accattivanti, così da ricavare molto rischiando poco e chi, magari, avrebbe più iniziativa e voglia di proporre novità, è sepolto dalla burocrazia ostica.

Credo ci sia bisogno di persone vere, di esempi diversificati e positivi (ma non superficiali), di discorsi utili, intelligenti e sani e non di cartelloni pubblicitari sposorizzati dalla ditta di turno solo a scopo pubblicitario. Possono sicuramente essere stimolati i mercati da un nuovo movimento di accettazione delle persone, ma non il contrario. Non basta reclamizzare il solito vecchio prodotto con l'immagine di una modella a clessidra vagamente in carne, magari dicendosi impegnati nella lotta contro i disturbi alimentari (giusto per sentirsi la coscienza a posto dall'accusa di volorizzare un fisico malsano dimostrando così di essere, invece, convinti di farlo), o coinvolgere la stampa che rimbalza la notiziona con titoli tipo 'sarà anche grassa ma è bella'. Non mi fa sentire valorizzata, piuttosto raggirata da un sistema che non crea cambiamento, ma sfrutta solo le mode ed etichette del momento.

Molti di noi blogger hanno piacere di essere coinvolti dalle aziende nel processo di evoluzione di questo settore, ma non solo come vuoti bambolotti pubblicitari, piuttosto come portavoce attivi di una nuova fetta di mercato che esiste.

E' triste a volte che termini volutamente sovversivi come 'rivoluzione', usati inizialmente per affermare un diritto non riconosciuto dalla società, finiscano poi per essere usati dalla stampa solo per creare 'fazioni' da metterle l'una contro l'altra. Accettazione significa abbracciare e non aggredire, noi donne meritiamo solo la libertà di essere noi stesse e non la condanna a combattere i mulini a vento per farci usare dai media e dal mercato a piacimento degli uni e dell'altro. 

Io penso che le vere rivoluzioni partano dalle persone e non dal sistema, per questo la stampa dovrebbe chiedere a noi donne se il cambiamento è davvero in atto e non prenderlo per buono da un cartellone pubblicitario che ha più voce in capitolo perché può comprare lo spazio promozionale. 

 
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Autore Marged Trumper

 

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